














(…) Non si può non partire dalla Ferdinandea (diventata nelle opere di Gulino quasi un segno grafico, un’icona nascosta, una firma in codice: una barchetta con uno sbuffo di vapore sopra) per arrivare alla sua “Domus” nello spazio diruto ed evocativo della chiesa dello Spasimo. Perché questa volta quel mare millenario dove l’isola torna, come risucchiata dal magma primigenio – il mare Affricano di Pirandello – è il mare che restituisce lettere mai arrivate a destinazione. Buste ocra di sabbia, marroni di terra e di ruggine, azzurre come l’acqua, buste logorate, buste con un lembo triangolare aperto a forma di casa – casa come la disegnano i bambini, con il tetto a punta – quella Domus che i migranti del Mediterraneo cercano spesso invano, ma quella Domus che più complessivamente cerchiamo tutti, spesso pure invano. Gli ultimi, gli esclusi, gli sconfitti. Ma non solo loro. Perché siamo tutti migranti o – per dirla con Gulino – siamo tutti clandestini. Clandestini della vita, alla ricerca del punto di approdo, dell’abbraccio, della casa.
Carta dipinta, ferro, cartone. Lettere mandate per dire addio alla propria terra, prima di affrontare il Mediterraneo. Lettere inviate per dare notizia una volta approdati. Lettere mai spedite, come quelle tante trovate – e questa è storia – nelle tasche dei vestiti di chi non ce l’ha fatta, custodite come la cosa più cara, dentro buste impermeabili, a contatto con la pelle.
Lettere che quasi diventato parte del ventre diruto della chiesa di Santo Spirito, quella chiesa che accoglie la mostra come una Domus: si mescolano alle pareti scrostate, dialogano le maioliche preziose e logorate del pavimento, con la luce che arriva dalle finestre (…).
Laura Anello